Una Storia di Design (a Design Story)
Riflessioni (a mente libera) sul valore del Design italiano

Era un periodo della mia vita in cui mi ero detto “scappa dall’Italia” ed ero scappato, a New York, Manhattan, dove ho vissuto per parecchi mesi. Pensavo che una volta arrivato dall’altra parte del mondo il libro della mia vita si sarebbe concluso con un “e visse per sempre felice e contento”. Ma quando fui là, ero ancora io. Erano cambiati i posti, le persone, le storie e anche i problemi, ma questo non vuol dire che fossero migliori, erano solo diversi.
Quel giorno, non ricordo bene se sulla 4a o la 5a avenue, passai davanti a un negozio con una bella insegna “Italian Light Design”. Mi ero laureato da poco in Ingegneria ma stavo già pensando a specializzarmi in design di prodotto (per dar sfogo a quella parte creativa di me che non trovava quiete nei rigori delle scienze), pensai quindi che una rispolverata di made in Italy non mi avrebbe fatto male. Entrai in quel negozio entusiasta di rivedere vecchie e nuove forme partorite dalla genialità di miei “paesani”, ma ne uscii deluso. Le aziende che esponevano erano le solite note al Design Italiano, ma i nomi che capeggiavano sui prodotti non avevano niente della mia terra o della mia cultura. Erano i soliti Philipe, Ros, Karim, Mark, Erik ecc… Conoscevo poi di quelle aziende alcuni Product manager per cui sapevo bene che anche il materiale non era Italiano; acciai o polimeri Cinesi, assemblati in Turchia per la maggior parte, nella migliore delle ipotesi l’elettronica era giapponese.
Nel loro insieme quelle forme gradevoli e ben sviluppate, avevano dell’Italia solo il proprietario dell’azienda e, cosa non ancora trascurabile, la cura dei dettagli. Ma ne rimasi comunque amareggiato. Aziende così grandi e con una così grande forza sul mercato non facevano lavorare che poche persone Italiane per curare quella produzione e sostenevano poco il valore “made in Italy”, che si erano imposti, rinunciando ai ceramisti, ai vetrai, agli stampatori, ai fornitori ecc… della terra di cui usavano largamente il nome.
Non capivo allora come si potesse parlare di Made in Italy, se l’idea non era nata in terra Italiana o da una sensibilità Italiana, se i materiali non erano stati estratti dall’Italia, lavorati dai suoi maestri e assemblati dai suoi artigiani. Eppure questo sembrava non importare a nessuno, se non a quella parte inconscia dell’Italia che non era più in quelle cose.
L’anno dopo mi trasferii a Milano per conseguire il Master in Design che da tempo mi ripromettevo di fare, contemporaneamente lavorai come consulente per un’altra nota azienda di Design, molto nota diciamo, da rivista… anzi, da tante riviste. Qui il titolare fu più spregiudicato e ai suoi prodotti impose il “100% made in Italy”, ma anche qui i nomi su cui investiva non erano certo “Rossi o Tommasi”, quasi a ripetere un copione già visto Philipe, Ros, Karim, Mark, Erik ecc… A dire il vero c’era anche qualche Italiano, ma di quelli giusti, di quelli che il talento una volta ne avevano da vendere, ma ora gli bastava il nome senza scomodare anche il talento. Il materiale? solito discorso, solito posto, sempre Cina.
In quegli anni iniziai seriamente a interrogarmi sull’identità del Design Italiano e arrivai quasi a dubitare che esistesse. Come diceva Munari: “il Design è una valigia, ognuno ci mette quello che vuole” e l’identità dello stesso non è una cosa di cui si ama dibattere in economia.
Ma un giorno, fu un Maestro e un amico a farmi ritornare sui miei passi e lo fece con un esempio, una sera in un caffè di Milano.
“Noi Italiani siamo sempre stati povera gente” – mi disse -
“Prendi un bambino povero e un bambino ricco e mettili davanti ad una vetrina di giocattoli. Il bambino povero guarda dalla vetrina la macchinina che non può comprare, poi tornando a casa incomincia a sognarla, pensandola e ripensandola, alla fine prende una lattina, qualche tappo, un po di carta e piano piano costruisce la sua macchinina o forse qualcosa di nuovo, lavorandoci per giorni, finch’è creare diventa il gioco stesso e la macchinina solo una scusa. Il Bambino ricco invece entra nel negozio, compra la macchinina, la usa e dopo un po la butta. Questi due bambini diventeranno entrambi grandi, ma uno saprà costruire una macchinina e l’altro saprà solo usarla. È questo che ha fatto grande il design Italiano, viviamo in una nazione che è una vetrina di storia e cultura, non possiamo più permetterci i suoi giocattoli, ma possiamo ancora sognarli e, se siamo bravi, anche reinterpretarli”.
Devo dire che M. era sempre un po poetico nei suoi discorsi, ma di anni ne aveva vissuti, aveva conosciuto i più grandi nomi del design Italiano e quando iniziava a parlare dell’argomento non lo fermava più nessuno. Aneddoti, storie e parabole… fino a perdere il filo di ogni discorso. Stava poi a chi lo ascoltava rimettere insieme i pezzi e trarne valore.
Però l’esempio mi piacque molto e lo feci mio, gli anni successive li dedicai alla ricerca di “ex-bambini poveri” ora diventati grandi.
A Vicenza conobbi un’azienda di ceramiche che tra i suoi operai annoverava alcuni giovani artisti che avevano studiato a Venezia. Lavoravano da anni allo studio e alla personalizzazione delle ceramiche al punto che ora le loro piastrelle erano veri e propri capolavori di stile e tecnica; smalti metallici abilmente dosati a creare effetti di rilievi casuali, misture di polveri a creare texture che loro chiamavano con nomi tipo: “ali di farfalla”, “raggio di luna” ecc… Oggetti bellissimi, al costo poco superiore ad una comune piastrella. Con loro realizzai un progetto per finiture di Interni e lasciai sbalordita l’azienda che mi aveva commissionato il lavoro, consolidando con essa una collaborazione che continua tutt’oggi.
A Treviso Incontrai Alberto, un ex falegname “con la 5a elementare”, come amava ricordare lui stesso, ora imprenditore di successo. La sua idea, un brevetto tutto italiano, gli ha permesso di reinterpretare un materiale antico quanto la Terra: il legno. Attraverso processi meccanici riesce a flessibilizzare fogli lignei rendendoli resistenti, flessibili e cucibili. Adatti a rivestire superfici, ma anche a realizzare scarpe di legno, cinture, cuscini o porte di legno solide alla vista e morbide al tatto. La sua idea e il suo materiale hanno aperto infinite possibilità ai creativi che hanno saputo valorizzarlo. Recentemente è apparso anche in Televisione, lavora con grandi firme del design Italiano e non nega mai la sua disponibilità a collaborare a nuove e imprevedibili idee. “Vieni a trovarmi” – mi ha detto un giorno – “ti faccio vedere tante di quelle cose che tu per 10 anni continuerai ad avere idee” – e così è stato. Ancora oggi mi sogno i suoi materiali e le possibilità che presentano. Ora sta scrivendo la sua biografia, si intitolerà “Fango e Marmellata”, mi ha detto, e già dal titolo so che sarà un successo.
A Matera, Tra i “Sassi” della città vecchia ho conosciuto artigiani eccezionali in grado di lavorare le pietre tipiche del posto con tecniche e tradizioni secolari. Uno di loro, Lorenzo, un ragazzo di 25 anni, mi ha mostrato come ottenere spessori sottili da alcune pietre porose, fino a renderle a tratti traspiranti alla luce. Le lavorazioni che ha appreso da suo nonno gli permettono di ottenere una varietà di superfici e finiture impressionanti. Dice che sta cercando di applicarle all’industria del mobile anche se non sa bene come fare… Io invece una decina di idee le avrei.
A Murano ebbi la fortuna di entrare in una fornace dell’isola per uscirne consapevole di cosa significa essere Maestri Vetrai con la M e la V maiuscole.
Eccetera, come si dice in questi casi per tagliar corto.
Perché di storie di questo tipo potrei continuare a raccontarne all’infinito, sono parte di me, crescono con me ogni giorno e sono il più grande valore che posso portare ai miei progetti. Quando un cliente mi dice “vorremmo fare una cosa così, ma che sia innovativa”, di solito rispondo: “ho già qualche idea in merito”, ma dovrei invece dire: “Ho già conosciuto qualche idea in merito”.
Ora credo ciecamente nell’identità del Design Italiano, perché quando la realizzo non devo preoccuparmi della concorrenza cinese o di lavorare eccessivamente sulla “modernità”. Esiste intorno a me un universo infinito di maestrie e materiali, esclusivamente Italiani, incredibilmente preziosi e ricchi di innovazione, che spesso non devo far altro che mettere insieme i pezzi e aggiungere un po’ del mio stile e della mia sensibilità, senza per questo rinunciare a lasciarmi consigliare da chiunque.
Alcuni miei colleghi dicono che esagero con la mia idea di Identità Italiana, mi fanno notare che maestri e materiali innovativi esistono ovunque, e fanno parte di ogni cultura e di ogni popolo, presentano la stessa unicità e lo stesso valore di cui io amo parlare per l’Italia. Esistono materiali africani e grandi artigiani Cinesi, il mondo poi – mi dicono – va verso una contaminazione di stili e tendenze, un mercato globale, ignorare questi aspetti significa restare indietro.
È vero, la ricchezza è nel mondo e nelle persone che lo sanno capire, ma l’identità esiste e può essere un valore genetico della nostra società se la si accetta e la si valorizza.
Io credo che esista un’identità del design; un design spagnolo, un design svedese, un design tedesco… sono tutti modi diversi con cui si esprime la stessa intelligenza del pensiero umano, ma se dovessi definire l’identità del design italiano direi: intelligenza visibile ed equilibrio.
Noi Italiani abbiamo il dono innato dell’equilibrio, e credo che questo equilibrio derivi proprio dalla nostra terrà e dalla nostra cultura. Io non ho mai sentito un inglese o uno svedese discutere animatamente se un piatto di pasta ha un po’ troppo sale o è poco al dente, per molti americani, poi, discorsi di questo tipo sono solo un’eccentrica perdita di tempo. Ma per noi Italiani riuscire a equilibrare ogni cosa, anche un piatto di pasta, è una questione di orgoglio. Dedicare ore a cucinare un piatto per soddisfare un ospite è un modo per dimostrare affetto e amore, viceversa sbagliare un dettaglio è un po’ come offendere qualcuno.
Non esistono in realtà molte culture in cui si dedica tanta enfasi all’equilibrio formale e sostanziale dei dettagli, di questo noi italiani ne siamo consapevoli, e benché all’estero ciò sia ancora oggetto di battute e scherno, è vero anche che non smette di renderci orgogliosi. E non è solo una questione di gusti, a tanti può piacere il sushi o una fetta di strudel, ma è vero anche che a tutti piace un piatto di ravioli fatti in casa col burro e la salvia versati. Lo dico per esperienza, perchè ho lasciato entusiasti brasialiani, americani, tedeschi, giapponesi e spagnoli coi ravioli di mia nonna. La cucina di altre nazioni può piacere ad alcuni e ad altri no, ma a tutti piace la nostra cucina e se chiedi ad un cuoco italiano qual è il suo segreto probabilmente ti risponderà: “equilibrio”.
Se il discorso si sposta dalla cucina ad Design di prodotto, cambiano i protagonisti ma non il senso della storia. I prodotti che hanno fatto reale l’identità del nostro Design sono quelli che riuscivano a bilanciare funzione, estetica e tecnica, senza eccedere nell’una o nell’altra cosa. Come un piatto di pasta al dente, con un grano selezionato da secoli, il giusto sale e senza troppo sugo. Chi direbbe che è sbagliato?
Esistono però alcuni designer molto famosi (Philipe Stark, Karim Rashid, Zaha Hadid… ad esempio), che hanno avuto la capacità di estraniarsi da un identità locale per svilupparne una fortemente individuale. Se si dovesse ricercare per loro un’identità nazionale si potrebbe dire che Philipe Stark vive nel paese dei Balocchi, Karim Rashid nel mondo dei coniglietti rosa e Zaha Hadid forse su un’astronave aliena. Ma in ogni caso, che piacciano o meno, è innegabile la loro abilità nel generare e mantenere un’identità unica dalla quale, a comando, estraggono forme prive di ogni precedente e quindi in grado di stupire.
Molti giovani designer pensano di rimando che sia quello il passo da fare: creare il proprio mondo e valorizzarlo fino a renderlo noto a tutti.
Sebbene l’identità individuale di un creativo sia un patrimonio indispensabile e da coltivare, è vero anche che quando questa identità diventa più forte del proprio lavoro sostiene un valore effimero e non sempre economicamente sostenibile, specie quando la fama del suo ideatore va a ridursi col tempo.
Risultati validi nel design, soprattutto per le aziende, si ottengono invece quando si integra lo studio di un prodotto con la consapevolezza di un’identità individuale e territoriale. Questo percorso progettuale è forse più difficile e meno adatto alle luci della ribalta, tuttavia, se apportato con consapevolezza, permette alle aziende coinvolte di generare oggetti che non hanno solo un valore formale o nominale, ma integrano un contesto di valori solidi e oggettivi difficilmente riproducibili altrove perchè frutto di sinergie localizzate in un territorio e apprezzabili ovunque. Tali valori possono durare nel tempo e non dipendono dalla notorietà di chi li ha creati, ma solo dalla sua abilità nell’averli valorizzati.
Dal proprio territorio ogni mente creativa può ricevere idee e restituire valore al territorio stesso.
Noi italiani abbiamo in fine il vantaggio di vivere in un territorio che racchiude in poco spazio oltre il 70% della cultura mondiale. Vivere in questo ambiente ci conferisce inevitabilmente una particolare propensione nel percepire gli equilibri formali e sostanziali delle cose, ci rende eredi di un passato che, se alimentato di generazione in generazione, continuerà a stupire e arricchire il mondo. Per un designer italiano rinunciare a valorizzare il suo territorio, non significa solo mostrare poca propensione a capire, ma preclude un percorso che può essere l’unica e vera via verso cui indirizzare le aziende per affrontare le sfide del mercato globale.
Va detto in fine che molte grandi aziende italiane hanno rinunciato da tempo ad una reale identità territoriale. Sfruttano invece il “made in Italy” fatto in Cina, unito a una decennale forza strategica, per dominare il loro settore. Un atteggiamento ragionevole da un punto di vista economico e competitivo, ma comunque frutto di un processo imprenditoriale che deteriora tutta la realtà creativa del paese, relegandola ad una sorta di “slogan” basato sulla forma più che la sostanza.
In risposta a questo sfruttamento senza investimento del logo Italia, il lavoro dei designer potrebbe (e forse dovrebbe) spostarsi verso realtà locali e imprenditoriali più piccole, aiutandole a generare valore per loro stessi e per tutte le altre aziende del territorio che possono concorrere a formare una qualità unica del prodotto. Questo processo di “concentrazione” e “localizzazione” creativa creerebbe forse un regime di concorrenza più leale e sicuramente di più grande utilità per tutti, almeno in Italia.
In fondo che valore può avere un pezzo di legno?
e un pezzo di legno curvato?
e un pezzo di legno italiano curvato?
e un pezzo di legno italiano flessibilizzato con brevetto italiano, infine cucito da sarti italiani?
Fermarsi alla seconda risposta può voler dire generare un prodotto di design.
Fermarsi alla terza risposta vuol dire generare un prodotto di design con materiale italiano.
Arrivare fino alla quarta risposta significa generare un prodotto di design italiano, unico e in grado di vincere la concorrenza.
Ogni creativo Italiano dovrebbe, a mio avviso, capire il valore di un’identità italiana per saperla poi esprimere in ogni cosa che fa; dal piatto di pasta al tavolo su cui servirla.
Daniele Gualeni (Aprile – 2010)

22 aprile 2010
Ciao Daniele,
Mi chiamo Angelo Dolcemascolo, vivo a Palermo, e ho una laurea in architettura dal 1992.
Mi è piaciuto molto quello che hai scritto, e quando parli del bambino povero sembra che tu abbia raccontato la mia storia.
In effetti sono ancora un “bambino” povero, ma anche molto “incazzato”, e questa al momento sembra essere forse la mia unica fortuna.
Mi occupo di design, ma la Sicilia non è molto ricettiva da questo punto di vista, anche se di spunti ne offre tantissimi, e ho anche pubblicato su you tube alcuni video, di cui uno in particolare, che si chiama inori-oto-tango, riguarda un’istallazione realizzata all’interno della Riserva dello Zingaro, in provincia di TP. Basta inserire il mio nome e cognome per visionare il video su you tube.
Non avendo molte opportunità da queste parti, faccio spesso “viaggi della speranza” per presentare i miei prodotti brevettati ad aziende che si trovano al nord.
Ho deciso di partecipare al concorso di idee che hai organizzato, vorrei presentare alcuni miei progetti, ma per uno in particolare avrei bisogno di avere maggiori informazioni sul legno flessibilizzato di cui parli, perché, con queste caratteristiche, mi sembra il materiale più adatto per realizzare un prodotto a cui mi sto dedicando.
Ti ringrazio in anticipo, e spero di ricevere al più presto una tua risposta.
Angelo Dolcemascolo.
22 aprile 2010
Ciao Angelo,
Grazie per il tuo post.
Sono sempre contento quanto sento creativi che non mollano. E mi fa piacere che ti sei interessato al Bando ILIDE, credo che sia sviluppato con grande attenzione e rispetto proprio per chi di idee ne ha da vendere.
Il contatto dell’azienda che fa il legno flessibile te lo passo volentieri. Chiamami in studio uno di questi giorni e ti dico tutto.
A presto spero,
Daniele
10 maggio 2010
Ciao Daniele,
servirebbe una guida relativa alle varie maestrie Italiane e al suo saper fare, purtroppo questo plus-valore che abbiamo si cela a volte in piccole imprese e artigiani d’eccellenza che non si trovano nel web e sono difficili da scovare, servirebbe una piattaforma dedicata che permetta a noi creativi di venire a conoscienza di quello che il territorio Italiano offre, che localizzasse le specificità di questo prezioso saper fare, una specie di archivio per entrare in contatto con loro e conoscerne al meglio pregi e possibilità.
10 maggio 2010
Ciao Katia,
Concordo con te, ma più che una guida servirebbe un manuale in generale per aiutare i designer a muoversi con padronanza in una disciplina sempre più confusa e poco rispettata. Servirebbe una guida per evitare di essere sfruttati o per cadere in falsi concorsi (finalizzati solo a pubblicizzare eventi). Una guida per evitare che le proprie idee vengano abusate, deturpate o peggio, sottratte illegalmente. Una guida per distinguere Design di valore da Design d’immagine. Servirebbe una guida per istruire le aziende sul grande valore che un designer può produrre. In fine servirebbe giustamente una guida con piccole e grandi maestrie del nostro territorio ad uso e consumo dei Designer stessi.
Attualmente sto cercando di scrivere qualcosa a riguardo, per vedere se riesco a pubblicarla… Ma è un lavoro molto lungo, a cui dedico volentieri l’anima, ma mi rendo conto che non sempre basta…
25 luglio 2010
Salve Daniele,
anzitutto mi complimento con te per le parole efficaci e cariche di significato nelle quali hai raccolto importanti riflessioni sul design e sulla tanto declamata italianità; concetto, questo, sul quale molti, dalla politica all’economia, dall’università al mondo delle imprese, costruiscono dibattiti, progetti ed eventi che puntualmente si risolvono in uno spot che ormai è più arido di un misero clichè.
Io sono un giovane creativo di una provincia del Sud Italia, a metà strada tra Bari e Matera e lavoro insieme ad altri quattro amici architetti in uno studio che si propone di essere un laboratorio di idee e progetti. Personalmente sono da sempre un tenace sostenitore del design e dell’artigianato italiano, che considero come un insieme di valori e ricchezze inesauribili, per saperi, capacità e maestrie: un patrimonio al quale mi approccio con grande devozione quando mi capita di incontrare vecchi artigiani, specie falegnami, ai quali il titolo di maestro è quanto di più appropriato si possa riconoscere a persone che per decenni hanno rappresentato la produzione, la manualità e l’intelligenza italiane. Per tornare alla bella storia che hai deciso di regalarci, a proposito del bambino povero, mi piace pensare che alla fine sia lui quello ricco, ricco di ingegno, di capacità nel saper fare, di ricco di ambizioni e tutt’altro che sprovvisto di immaginazione e creatività. Mi piace pensare ciò, forse perchè, mi ritrovo molto nel profilo di questo personaggio: l’autocostruzione è stata da sempre per me una via, uno stile di vita, un modo per conoscermi, misurarmi e indagare su quanto di volta in volta immaginavo e pensavo. Dai giochi dell’infanzia agli oggetti che oggi appartengono ai progetti del mio lavoro, non ho mai smesso di frequentare questa pratica.
Ti ringrazio ancora, nella consapevolezza che il tuo è per me, per noi, un riferimento di grande valore.
Michele Barberio
designer
25 luglio 2010
Ciao Michele,
Grazie a te per aver dedicato il tuo tempo a leggere le mie riflessioni. Non è cosa scontata, sia perché ho scritto molto, sia perché viviamo in un tempo in cui va di moda la fretta, fretta di fare e fretta di disfare, senza soffermarsi. Scrivere troppo, o dilungarsi troppo a lungo in un racconto significa spesso precludersi l’intento stesso di comunicare. Nel mio caso però è l’unica strada che conosco, le cose semplici possono essere scritte in modo semplice, ma se si vuole andare in profondità in un pensiero ritengo che la storia che l’ha prodotto ne faccia parte e sia necessaria per renderlo a pieno.
Cercare di parlare di valore, made in Italy, onestà e pensiero creativo non è sempre facile… ti confronti con un esperienza che non premia sempre (anzi, quasi mai) queste vie e ti chiedi se valga la pena continuare a parlarne. Ma quando hai finito di scrivere qualcosa e vedi che qualcosa produce un eco di risposta in altre persone, in altri professionisti, altri creativi… beh vuol dire che stai percorrendo una strada buona. Non sei solo e vale la pena andare avanti.
Per questo grazie ancora.
PS: Bari e Matera sono due città che mi hanno strappato un pezzo di cuore, spero di tornarci presto e magari conoscerci.
18 agosto 2010
Buongiorno Daniele,
mi è capitato sotto mano il bando, e l’idea di partecipare mi è balenata.
Premetto da poco ho coneguito laurea in design in un paese dove il design si intreccia con l’anima, Napoli.
Inizio a fare in un pò di ricerca e scovo questo tuo scritto.
Parlare di botteghe e maestri (qui diremmo “Mast e fatic”), mi ha riportato in mente il mio stage presso un “artista architetto disegnatore scrittore poeta”, Riccardo Dalisi, un uomo capace di sognare ad occhi aperti, un sognatore libero, amante del suo paese, della sua città, un uomo che ancora oggi a 79 anni è capace di trasmettere l’amore per il disegno prima che del prodotto.
Il periodo trascorso da lui ha forgiato il mio spirito, la mia sete di disegno, dopo questa stupenda esperienza mi sono trasferito a Milano, per assaporare non solo l’aria del salone del mobile di turno, ma assaporare l’anima del design prodotto.
Alla fine sono riuscito ad avere un stage (io definirei questo un vero furto di idee, ho lavorato per mesi disegnando ogni giorno, per dieci ore giornaliere, senza mai avere neanche un rimborso spese, non dico i soldi per l’affitto di una stanza, ma neanche il caffè, ma non fa nulla) presso un importante studio milanese.
Partenza lenta, inizio con impagginazione di presentazioni, riesco dopo qualche mese a entrare nello studio e proporre qualche mia idea su commissioni avute, un onore avevo le lacrime agli occhi, si iniziava a lavorare.
Dopo un anno mi sono trovato costretto a dover lasciare lo studio, non si vedeva neanche un euro, le spese erano quel che erano, ed ora mi ritrovo nella mia città, dove convive la stasi superficiale, di una città quasi menefreghista, con un magma in continuo movimento, sperando ogni giorno che questo magma riesca a svegliarci.
Ti voglio ringraziare per l’occasione che dai a noi sognatori a volte tenuti a terra da terrificanti leggi di mercato.
God luck da un sognatore.
18 agosto 2010
Cia Gianluca,
Capisco bene quello che dici. Ho vissuto a Milano e so che quella città è una grande bolla di illusioni, dove dietro al nome Design si nascondono magagne di ogni tipo e sfruttamenti inauditi di giovani talenti… tutto sotto gli occhi di tutti e soprattutto sotto gli occhi di chi dovrebbe tutelare il design, ma fa finta di niente. Ci sarebbe da scriverci un libro… e forse chi sa, magari riesco anche a scriverlo.
Questo concorso nasce proprio da li, dall’idea di dare ai designer un’opportunità per fare ciò che voglio, i designer appunto. Non gli assistenti, non i portaborse, non i vincitori di premi balocchi, ma i designer.
Buona fortuna e grazie.
Daniele
18 agosto 2010
Accolgo volentieri i tuoi auguri, ma mi piange il cuore quando mi vedo costretto ad andar via dalla mia città per proseiguire gli studi, qui c’è anima ma non la volontà